| Latifondo | Articolo | ||||
| Per stampare le informazioni, scegliere Stampa dal menu File. | |||||
| 4. | Successivi sviluppi in Italia |
Il feudalesimo, fenomeno che contrassegnò il mondo medievale soprattutto fino ai secoli XII-XIII, non poté che accrescere le strutture latifondistiche in Italia: spettò sovente ai grandi feudatari-latifondisti un ruolo di supplenza delle latitanti istituzioni politiche, prima fra tutte il Sacro romano impero. Con l'età dei Comuni, soprattutto al Nord, furono promulgate disposizioni legislative antifeudali che ebbero esito positivo, favorite anche dalle condizioni di un territorio che, perlopiù pianeggiante e facilmente irrigabile, si prestava al frazionamento. Al Centro-Sud, invece, complesse ragioni politico-sociali, ma anche la presenza di terreni poco produttivi perché eccessivamente aridi, o viceversa paludosi, imposero una plurisecolare persistenza del latifondo.
Anche dopo l'unità d'Italia (1861), nonostante la denuncia della 'questione meridionale' da parte di studiosi liberali come Pasquale Villari, Sidney Sonnino e Giustino Fortunato, l'alleanza tra la nuova classe dirigente piemontese e i grandi proprietari terrieri meridionali protesse i latifondi; anzi, la pesante politica fiscale del nuovo stato unitario 'accrebbe di giorno in giorno le grandi proprietà a danno delle piccole' (G. Fortunato). Nel Novecento, qualche successo nella lotta al latifondo ottenne il regime fascista, con la bonifica delle paludi pontine (nel Lazio) e la costituzione di numerosi poderi (1931-1934), anche se i risultati furono inferiori rispetto alla 'bonifica integrale' del suolo italiano che era stata propagandata. Esiti più consistenti conseguirono alle leggi agrarie, promosse nel 1951 dalla giovane Repubblica italiana, che portarono alla redistribuzione di ben 736.000 ettari di terreno, riducendo di molto l'incidenza del latifondo nella moderna economia agraria.