| Teoria e critica del cinema | Articolo | ||||
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| 6. | Gli anni Sessanta e Settanta |
Il dibattito degli anni Sessanta muove da Christian Metz, che con Cinéma: langue ou language? (1964) inaugura la semiologia cinematografica: il cinema è un linguaggio, frutto di un concatenamento lineare che rimanda solo a sé. Per Pasolini (Empirismo eretico, 1972) il cinema possiede una lingua (lo “scritto”), che coincide con la realtà stessa della vita individuale (l’“orale”). Peter Wollen, in Signs and Meaning in the Cinema (1969), parte dalla filosofia di Charles Peirce per tripartire il cinema in icona (un segno simile all’oggetto; il riferimento è a Josef von Sternberg), indice (di un rapporto esistenziale con l’oggetto, come nel realismo di Rossellini), e simbolo (un segno arbitrario, deformante, come nel cinema di Ejzenštejn).
Negli anni Settanta i critici e i teorici si concentrano sul “come” del film (si vedano Analyse du film, 1979, di Raymond Bellour, e in Italia gli studi di Bruno, Micciché, Tinazzi). Per Gianfranco Bettetini (Produzione del senso e messa in scena, 1979) in un film esiste un’intima connessione tra produzione materiale e produzione di senso, mentre Roland Barthes, oltre al livello informativo e simbolico, individua nel prodotto filmico, partendo da Ejzenštejn, un senso “ottuso”, eccedente (Le troisième sens, 1970) e Seymour Chatman in La struttura narrativa nel romanzo e nel film (1978) applica la teoria narratologica sia al romanzo sia al film.
Altro approccio fondamentale è quello psicoanalitico, adottato da Metz (Cinema e psicanalisi. Il significante immaginario, 1977) e anticipato da Cesare Musatti nel 1949, che analizza il rapporto spettatore/cinema come fenomeno di fascinazione (identificazione speculare, voyeurismo e feticismo).