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Antropologia culturale
1. Introduzione

Antropologia culturale Disciplina che studia la cultura delle società nelle sue molteplici forme. La sua distinzione dall’antropologia fisica è stata inizialmente motivata da una diversità nelle metodologie e nell’oggetto dello studio, rivolto alla cultura (tradizioni, norme, riti, valori ecc.) dei gruppi umani, piuttosto che alle caratteristiche fisiche e organiche dell’uomo. Affine agli studi etnologici, con i quali è talvolta assimilata, se ne distingue tuttavia per il suo interesse verso società di tipo più complesso e moderno, come testimoniano le recenti ricerche sulle società industrializzate.

2. Le origini

L’antropologia culturale si sviluppò in Gran Bretagna e negli Stati Uniti verso la fine del XIX secolo, ma è al lavoro di Franz Boas, e in particolare alla pubblicazione dell’opera L’uomo primitivo (1911), che si fa risalire la sua nascita come disciplina autonoma.

La prospettiva di Boas era quella di studiare gli aspetti culturali delle varie società con un approccio sostanzialmente differente (idiografico) da quello utilizzato dagli antropologi evoluzionisti (nomotetico). A una classificazione delle culture basata sull’esistenza di una scala evolutiva di carattere gerarchico, comparabile a quella zoologica, Boas contrappose l’idea che ogni società manifesti una cultura propria derivante dalla sua storia e dal suo contesto. Il panorama culturale di una data società doveva quindi essere analizzato attraverso un’intensa ricerca sul campo, il cui scopo era quello di raccogliere una grande quantità di dati riguardanti ogni aspetto della vita sociale; il tutto doveva essere registrato fedelmente e nei minimi dettagli, perché solo un’accurata ricerca etnografica era in grado di fornire gli elementi necessari a comprendere una cultura nella sua specificità. Nell’ambito delle indagini etnografiche, Boas attribuì una rilevanza particolare al linguaggio, dando così inizio agli studi di etnolinguistica.

Altri autori americani contribuirono a definire gli ambiti dell’antropologia culturale e i significati della parola cultura. Alfred Louis Kroeber assegnò alla cultura un ruolo predominante. Scostandosi dalle concezioni di Boas, egli affermò che la cultura sovrasta l’organizzazione sociale e pertanto quest’ultima non può divenire uno strumento per interpretare la dimensione culturale. Allo stesso tempo giudicava i metodi di indagine scientifica inadatti a fornire una vera comprensione dei fenomeni culturali. Egli riconobbe tuttavia la validità della comparazione statistica introdotta da George Peter Murdock, erede degli evoluzionisti Edward Burnett Tylor e Lewis Henry Morgan, ma in particolare di William Graham Sumner, al quale si deve l’introduzione del concetto di folkways, ossia di comportamenti collettivi che diventano consuetudini. Murdock riprese la ricerca tendente a identificare tratti comuni fra le diverse culture, utilizzando sofisticate procedure matematiche, e, pur negando l’esistenza di forme culturali sequenziali, riconobbe, in senso darwiniano, l’influenza dell’ambiente sulla cultura che si manifesta attraverso la selezione di comportamenti.

L’attenzione degli antropologi nei confronti dei comportamenti umani portò all’incontro con la psicologia freudiana. Tra gli esponenti di questo indirizzo vi furono Ruth Benedict, Margaret Mead e Abram Kardiner. A quest’ultimo si deve la formulazione del concetto di personalità di base, ossia l’insieme delle caratteristiche psicologiche fondamentali che appartengono agli individui di una determinata cultura. Contemporaneamente altri allievi di Boas, come Edward Sapir, si orientarono verso gli studi di etnolinguistica, sostenendo che le lingue, indipendentemente dalle loro strutture grammaticali e lessicali, comunicano la visione del mondo degli individui che le parlano (ipotesi Sapir-Whorf).

Dalla critica all’evoluzionismo nacque in Europa e specialmente in Germania il diffusionismo. Questa corrente, rappresentata in particolare da Fritz Graebner, riteneva possibile ricostruire il succedersi delle culture attraverso la definizione di aree culturali omogenee localizzabili geograficamente e attraverso l’identificazione dei loro centri di origine e quindi della loro diffusione. Potendo definire la successione cronologica della comparsa delle varie manifestazioni culturali sarebbe stato possibile tracciare un percorso storico che, come in una sequenza stratigrafica, avrebbe mostrato l’evolversi delle varie culture.

In Gran Bretagna gli studi antropologici si indirizzarono verso la sociologia, dando vita a quella che venne chiamata antropologia sociale. Mentre negli Stati Uniti lo studio della società era considerato un aspetto del più complessivo studio della cultura, Alfred Reginald Radcliffe-Brown e Bronislaw Malinowski analizzarono le istituzioni sociali non in una prospettiva storica, ma unicamente per il loro significato nel presente, sostenendo che poteva preservarsi nel tempo soltanto ciò che continuava a essere funzionale. Il concetto base era quello della soddisfazione dei bisogni, la cui origine può essere psicobiologica: le istituzioni hanno il ruolo di regolare il modo in cui avviene questa soddisfazione e si perfezionano attraverso l’evolversi dei bisogni stessi.

3. Sviluppo di nuovi indirizzi

Dopo la seconda guerra mondiale, sia negli Stati Uniti che in Europa, gli studi antropologici svilupparono nuovi indirizzi. Negli Stati Uniti, l’attenzione verso i fenomeni culturali aveva ignorato le implicazioni economiche e politiche che inevitabilmente si riflettevano nella realtà dando luogo, nell’ambito della stessa società, a differenti idee e valori.

Le numerose scoperte in campo etnologico, paleontologico e genetico indussero gli antropologi a riformulare i criteri interpretativi delle culture e favorirono il riavvicinamento tra piano culturale e piano biologico delle scienze umane. André Leroi-Gourhan, oltre a rivoluzionare le metodologie di indagine in paleoantropologia, sottolineò l’importanza della connessione tra evoluzione biologica e culturale. La cultura è comparsa ben prima che l’evoluzione della nostra specie potesse considerarsi terminata e ha continuato a evolversi parallelamente alle modificazioni fisiche che hanno prodotto l’attuale distribuzione dei vari gruppi etnici. Durante questo lungo processo vecchi modelli culturali sono stati abbandonati e altri sono comparsi in uno stato di perenne trasformazione.

Claude Lévi-Strauss, in contrasto con il particolarismo storico, sottolineò il carattere comune delle strutture del pensiero umano in tutte le culture (unità psichica) che si manifesta in termini di opposizioni binarie (natura/cultura, maschio/femmina). L’analisi dei miti, del linguaggio e in genere di tutto quello che si manifesta attraverso 'atti culturali' può portare all’individuazione dei significati profondi che esistono dietro ogni espressione culturale.

Clifford Geertz e David Murray Schneider utilizzarono l’impostazione teorica tipica dell’ermeneutica negli studi sul valore dei simboli. Geertz considerava la cultura come un insieme di simboli usati da una società per esprimere una determinata visione del mondo. I simboli devono quindi essere studiati per ciò che possono rivelare della cultura di cui fanno parte. Il compito degli antropologi è di interpretare la cultura là dove viene costruita, ponendosi dal punto di vista degli 'attori' di quella società. Gli individui, intesi come attori sociali, effettuano scelte all’interno della società in cui vivono dando luogo a differenti modi di pensare e comportamenti; nell’ambito di una società vi sono, come affermava Marshall Sahlins, 'aree prescrittive' nelle quali si trovano i modelli istituzionali e sono sancite le divisioni dei ruoli e 'aree performative' nelle quali si sviluppano i rapporti sociali attraverso le azioni intraprese dagli individui.

4. La scuola italiana

In Italia, l’antropologia culturale venne riconosciuta in ambito accademico solo nel secondo dopoguerra; i primi studi che si inseriscono in questo contesto risalgono ad Antonio Gramsci, che, in una serie di riflessioni sulla questione meridionale e la cultura popolare, gettò le basi per un ulteriore sviluppo. È pertanto nel settore dell’etnologia e dello studio del folclore che si ebbero i contributi più significativi, a opera di studiosi come Ernesto De Martino, ripresi in una visione antropologica più ampia da Luigi M. Lombardi Satriani.

Raffaele Pettazzoni e poi Vittorio Lanternari approfondirono lo studio delle religioni, il primo utilizzando il metodo della comparazione in un ambito storicistico per analizzare la struttura delle religioni primitive, il secondo affrontando con un’impostazione marxista lo studio dei movimenti politici e religiosi derivanti dall’incontro fra tradizioni locali e religione cattolica.

Se l’attenzione era rivolta in un primo tempo soprattutto nei confronti delle culture subalterne, sul finire del XX secolo un altro aspetto che si è imposto sempre più alle riflessioni dell’antropologia culturale è l’incontro di culture diverse fra loro, provocato dai flussi migratori diretti verso l’Europa da più parti del mondo. Oggetto dell’indagine non possono più essere le culture esterne, considerate come manifestazioni di altre società, o la loro marginalità nel paese che le ospita, quanto l’effetto di contatto e il processo di integrazione fra culture interagenti sul medesimo territorio. Da qui il concetto di società complesse, analizzato da Carlo Tullio-Altan e Tullio Tentori.