Antropologia culturale
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Antropologia culturale
2. Le origini

L’antropologia culturale si sviluppò in Gran Bretagna e negli Stati Uniti verso la fine del XIX secolo, ma è al lavoro di Franz Boas, e in particolare alla pubblicazione dell’opera L’uomo primitivo (1911), che si fa risalire la sua nascita come disciplina autonoma.

La prospettiva di Boas era quella di studiare gli aspetti culturali delle varie società con un approccio sostanzialmente differente (idiografico) da quello utilizzato dagli antropologi evoluzionisti (nomotetico). A una classificazione delle culture basata sull’esistenza di una scala evolutiva di carattere gerarchico, comparabile a quella zoologica, Boas contrappose l’idea che ogni società manifesti una cultura propria derivante dalla sua storia e dal suo contesto. Il panorama culturale di una data società doveva quindi essere analizzato attraverso un’intensa ricerca sul campo, il cui scopo era quello di raccogliere una grande quantità di dati riguardanti ogni aspetto della vita sociale; il tutto doveva essere registrato fedelmente e nei minimi dettagli, perché solo un’accurata ricerca etnografica era in grado di fornire gli elementi necessari a comprendere una cultura nella sua specificità. Nell’ambito delle indagini etnografiche, Boas attribuì una rilevanza particolare al linguaggio, dando così inizio agli studi di etnolinguistica.

Altri autori americani contribuirono a definire gli ambiti dell’antropologia culturale e i significati della parola cultura. Alfred Louis Kroeber assegnò alla cultura un ruolo predominante. Scostandosi dalle concezioni di Boas, egli affermò che la cultura sovrasta l’organizzazione sociale e pertanto quest’ultima non può divenire uno strumento per interpretare la dimensione culturale. Allo stesso tempo giudicava i metodi di indagine scientifica inadatti a fornire una vera comprensione dei fenomeni culturali. Egli riconobbe tuttavia la validità della comparazione statistica introdotta da George Peter Murdock, erede degli evoluzionisti Edward Burnett Tylor e Lewis Henry Morgan, ma in particolare di William Graham Sumner, al quale si deve l’introduzione del concetto di folkways, ossia di comportamenti collettivi che diventano consuetudini. Murdock riprese la ricerca tendente a identificare tratti comuni fra le diverse culture, utilizzando sofisticate procedure matematiche, e, pur negando l’esistenza di forme culturali sequenziali, riconobbe, in senso darwiniano, l’influenza dell’ambiente sulla cultura che si manifesta attraverso la selezione di comportamenti.

L’attenzione degli antropologi nei confronti dei comportamenti umani portò all’incontro con la psicologia freudiana. Tra gli esponenti di questo indirizzo vi furono Ruth Benedict, Margaret Mead e Abram Kardiner. A quest’ultimo si deve la formulazione del concetto di personalità di base, ossia l’insieme delle caratteristiche psicologiche fondamentali che appartengono agli individui di una determinata cultura. Contemporaneamente altri allievi di Boas, come Edward Sapir, si orientarono verso gli studi di etnolinguistica, sostenendo che le lingue, indipendentemente dalle loro strutture grammaticali e lessicali, comunicano la visione del mondo degli individui che le parlano (ipotesi Sapir-Whorf).

Dalla critica all’evoluzionismo nacque in Europa e specialmente in Germania il diffusionismo. Questa corrente, rappresentata in particolare da Fritz Graebner, riteneva possibile ricostruire il succedersi delle culture attraverso la definizione di aree culturali omogenee localizzabili geograficamente e attraverso l’identificazione dei loro centri di origine e quindi della loro diffusione. Potendo definire la successione cronologica della comparsa delle varie manifestazioni culturali sarebbe stato possibile tracciare un percorso storico che, come in una sequenza stratigrafica, avrebbe mostrato l’evolversi delle varie culture.

In Gran Bretagna gli studi antropologici si indirizzarono verso la sociologia, dando vita a quella che venne chiamata antropologia sociale. Mentre negli Stati Uniti lo studio della società era considerato un aspetto del più complessivo studio della cultura, Alfred Reginald Radcliffe-Brown e Bronislaw Malinowski analizzarono le istituzioni sociali non in una prospettiva storica, ma unicamente per il loro significato nel presente, sostenendo che poteva preservarsi nel tempo soltanto ciò che continuava a essere funzionale. Il concetto base era quello della soddisfazione dei bisogni, la cui origine può essere psicobiologica: le istituzioni hanno il ruolo di regolare il modo in cui avviene questa soddisfazione e si perfezionano attraverso l’evolversi dei bisogni stessi.