| Antropologia culturale | Articolo | ||||
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| 4. | La scuola italiana |
In Italia, l’antropologia culturale venne riconosciuta in ambito accademico solo nel secondo dopoguerra; i primi studi che si inseriscono in questo contesto risalgono ad Antonio Gramsci, che, in una serie di riflessioni sulla questione meridionale e la cultura popolare, gettò le basi per un ulteriore sviluppo. È pertanto nel settore dell’etnologia e dello studio del folclore che si ebbero i contributi più significativi, a opera di studiosi come Ernesto De Martino, ripresi in una visione antropologica più ampia da Luigi M. Lombardi Satriani.
Raffaele Pettazzoni e poi Vittorio Lanternari approfondirono lo studio delle religioni, il primo utilizzando il metodo della comparazione in un ambito storicistico per analizzare la struttura delle religioni primitive, il secondo affrontando con un’impostazione marxista lo studio dei movimenti politici e religiosi derivanti dall’incontro fra tradizioni locali e religione cattolica.
Se l’attenzione era rivolta in un primo tempo soprattutto nei confronti delle culture subalterne, sul finire del XX secolo un altro aspetto che si è imposto sempre più alle riflessioni dell’antropologia culturale è l’incontro di culture diverse fra loro, provocato dai flussi migratori diretti verso l’Europa da più parti del mondo. Oggetto dell’indagine non possono più essere le culture esterne, considerate come manifestazioni di altre società, o la loro marginalità nel paese che le ospita, quanto l’effetto di contatto e il processo di integrazione fra culture interagenti sul medesimo territorio. Da qui il concetto di società complesse, analizzato da Carlo Tullio-Altan e Tullio Tentori.